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Associazione Ceva nella Storia - Epidemia del 1835 (agosto - colera)

Epidemia del 1835 (agosto - colera)     Torna all'indice


Il colera, definito anche morbo asiatico, era una malattia endemica originaria di alcune zone dell’Asia, soprattutto dell’India, già segnalata sul finire del Quattrocento. Le manifestazioni coleriche si presentavano repentinamente colpendo l’apparato gastro-intestinale, portando rapidamente il malato in uno stato di grave disidratazione che precedeva di poche ore la morte. Nel 1817, cominciò a serpeggiare nel vasto territorio intorno a Calcutta e, a causa dei massicci movimenti militari e commerciali dell’Inghilterra nel subcontinente indiano, l’epidemia giunse anche in Europa.

Nonostante l’organizzazione di cordoni sanitari marittimi e misure quarantenarie il contagio non tardò ad espandersi e nel 1835, verso la fine di luglio, giunse in Piemonte da Nizza verso Torino e Cuneo, probabilmente portato da qualche contrabbandiere. Le condizioni di estrema povertà della maggior parte delle popolazioni che erano motivo di mancanza di igiene, la precaria organizzazione sanitaria e l’arretratezza medica di fronte a quella che si presentava come una malattia pressoché sconosciuta, furono le cause che favorirono la diffusione della contaminazione. Un po’ dovunque si organizzò il sistema dei lazzaretti come durante le pestilenze del Seicento e dilagò anche una generalizzata sfiducia nella medicina ufficiale. Si alimentarono superstizioni e paure, sommosse e caccie agli untori ed il ricorso a forme di religiosità popolare con voti e processioni. In Cuneo durante il perdurare del morbo si distinse per la sua opera, anche a livello di ricerca scientifica, il medico cebano Sebastiano Tamagno.

A Ceva l’epidemia si manifestò nel mese di agosto e la prima ad esserne vittima fu una lavorante della filanda Siccardi, proveniente da Cuneo. Furono prese misure precauzionali per circoscrivere il morbo e nonostante che nel giro di un paio di settimane fosse totalmente debellato, perirono ventiquattro persone. Tra queste: un giovane frate cappuccino che prestava servizio al lazzaretto ed il capo infermiere dello stesso con la moglie e la figlia. Anche l’addetto al seppellimento dei cadaveri nel cimitero, colpito mentre stava scavando alcune fosse, morì nel giro di poche ore. A seguito di questi decessi si diffuse un tal panico in Città che non si poterono, per un po’, reperire individui che si incaricassero di queste mansioni. Nello stesso tempo non si poté fare a meno di ringraziare la Provvidenza Divina per il fatto che tanta desolazione ebbe durata così breve.

Di diciotto di questi malcapitati, appartenenti alla parrocchia di Ceva, si sono potuti reperire i nominativi:

Boasso Giuseppe (anni 66)
Brignone Maria Margherita (anni 60)
Brunetti Vincenzo (anni 62)
Costa Francesco (anni 15)
Cocca Bartolomeo (anni 26)
Degioannini Giovanna in Vinesio (anni 60)
Denati Caterina in Traversa
Faroppa Giuseppe (anni 65)
Ferro Carlo (anni 70)
Regis Maria in Musso (anni 34)
Secco Sebastiano Giuseppe (anni 10)
Testanera Anna in Zucco (anni 44)
Verateo Cecilia in Bracco (anni 45)
Vinesio Laura Maddalena (anni 29)
Zucco Andrea (anni 58)
Zucco Antonio (1 anno e 11 mesi)
Zucco Giovanni Battista (anni 13)
Ziondino Teresa in Ferro (anni 40)