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Associazione Ceva nella Storia - Casata dei Ceva '300: SOFIA Ceva detta “la catalana” (XIV secolo)

Casata dei Ceva '300: SOFIA Ceva detta “la catalana” (XIV secolo)     Torna all'indice


La nobildonna Sofia Ceva, detta La Catalana, era la figlia del marchese Giorgio I e quindi sorella di Giorgio il Nano.

Era sposata con Ferdinando Catalano di cui rimase vedova.

Questa nobil dama morì in Ceva e fu sepolta nella chiesa di Santa Maria di Castello vicino all’altare dei Ss. Giovanni Battista ed Antonio di Padova.

Lasciò che si scrivessero sulla sua tomba queste parole: Hic jacet domina Sophia Cattalana orate pro ea.

Nel suo testamento (rogato il 22 ottobre 1331 dal notaio Oberto Decarlino di Ceva e rinvenuto nell’Archivio Vescovile d’Albenga, poiché il vescovo Federico Ceva era cugino della testatrice al quale legò le sue gioie), destinò un lascito di 1.400 fiorini d’oro per erigere un nuovo ponte che doveva sostituire quello andato distrutto nell’alluvione del 7 ottobre 1331.

«Poiché per causa della malvagità e dei peccati di pochi vien colpito da avversità tutto un popolo, e che fra le sventure più memorande debbasi annoverare la grande inondazione d’acque non mai sentita a memoria d’uomo avvenuta li sette di questo mese; dalla parte sinistra della Chiesa di S. Maria delle grazie, di buon mattino all’improvviso e a ciel sereno.
Furioso il Tanaro ha rovinato l’oratorio e la massima parte del convento dei frati minori (di S. Francesco) l’edifizio di Tornelli con sei case nella parte inferiore del borgo di S. Andrea, strascinando nella sua corrente uomini ed armenti. Inoltre perché è attesa la rovina ed esportazione di quattro dei dodici archi del ponte detto del Broglio, pel nuovo ed ampliato alveo del fiume sia stato affatto intersecato, ed intercluso il passaggio e l’accesso al Borgo superiore.
Perciò io commiserando quest’infortunio, lego e dono la somma di mille quattrocento fiorini d’oro, in tant’oro (summam florenorum 1400 auri in auro) per la costruzione di un altro ponte che dia ingresso al borgo inferiore per mezzo di una porta da aprirsi nel muro di cinta tra il Castello e la mezza torre detta dei Guelfi, e quanto sopravanzerà, si distribuirà pro rata ai poveri del borgo di S. Andrea danneggiati nell’inondazione.»