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Associazione Ceva nella Storia - Casata dei Pallavicino '500: Beato Alessandro da Ceva (Ascanio Pallavicino) (Garessio 1538 - Pecetto 1612)

Casata dei Pallavicino '500: Beato Alessandro da Ceva (Ascanio Pallavicino) (Garessio 1538 - Pecetto 1612)     Torna all'indice


Illustre romito, una delle più belle figure della città di Ceva. Terzogenito di Giovanni Pallavicino e Caterina Scarampi, marchesi di Ceva e consignori di Garessio e di Ormea, Ascanio nacque a Garessio il 13 gennaio 1538. Un suo fratello, il primogenito Giorgio, fu consigliere di Vittorio Amedeo I, duca di Savoia e fu uomo di bontà e moderatezza non comuni, mentre il secondogenito, Pompeo, vestì ancor giovinetto l’abito di minore conventuale di San Francesco distinguendosi anch’egli per grande bonarietà ed irreprensibile dottrina.

Il marchese Giovanni individuando in Ascanio un’indole eccellente ed una propensione particolare allo studio, lo affidò agli insegnamenti dell’abate Francesco Galbiati da Pontremoli, che divenne poi vescovo di Ventimiglia dal 1573 al 1600. Terminati gli studi di teologia, Ascanio andò a Roma, munito di commendatizie del suo maestro e grazie alla sua esemplare condotta incontrò i favori del cardinale Alessandro Crivelli che lo nominò suo segretario. Sostenne quella carica per 10 anni, ma il suo amore per la solitudine lo fece rinunziare alle grandezze del mondo chiedendo di entrare a far parte dei religiosi che seguivano la regola eremitica di San Romualdo. Ottenne, non senza difficoltà, di abbandonare il servizio del cardinale e si trasferì all’abbadia di Camaldoli in Toscana. Vestito l’abito camaldolese, cambiò il suo nome in quello di frate Alessandro. Fece solenne professione il 1° novembre 1571 e per la santità dei costumi, per la prudenza e la dottrina, fu nominato procuratore generale dell’ordine nel 1592. Inviato a Roma per affrontare questioni relative al romitorio di Camaldoli, fu ben accolto dal sommo pontefice Clemente VIII, il quale era molto amico del cardinale Crivelli.

Intanto la Congregazione Camaldolese si era diffusa anche in Piemonte e nel 1596 Alessandro si trovò a dirigere il piccolo monastero di Santa Maria di Pozzo Strada quartiere di Torino, con piena facoltà di ampliarlo e di erigerne dei nuovi. Entrò in relazione con l’arcivescovo di Torino, monsignor Carlo Broglia, il quale lo fece conoscere al duca Carlo Emanuele I, che, apprezzando i suoi meriti e la sua pietà, lo scelse come suo confessore proponendogli l’edificazione di un nuovo eremo a Torino. La progettazione fu interrotta a causa della grave peste che invase la città. Padre Alessandro assistette gli appestati della capitale dando prova di grande carità ed abnegazione. Venne considerato come un angelo consolatore inviato dalla Divina Provvidenza. Stante l’impossibilità di riunire i fedeli in chiesa, a causa del contagio, fece erigere in mezzo alla contrada di Dora Grossa (oggi via Garibaldi) un altare dove celebrava la messa. Cessata l’epidemia, mantenendo fede al voto fatto, nel 1602 il duca Carlo Emanuele I fece costruire un nuovo eremo sulla collina di Pecetto, di cui fu confermato come priore il padre Alessandro.

Il duca Emanuele I lo propose a vescovo di Saluzzo, d’Ivrea e di Tarantasia, ma l’umile romito rifiutò costantemente gli onori offertigli, anzi, avrebbe voluto rinunziare anche a quello di confessore di Sua Altezza se non ne fosse stato dissuaso.

Il Beato Alessandro fondò un eremo nei pressi di Lanzo ed uno a Belmonte vicino a Busca.

La sua vita fu manifesta di diversi miracoli, che proseguirono anche dopo la sua morte.

Morì a 74 anni, il 16 ottobre 1612. Fu sepolto davanti all’altare maggiore dell’eremo. Si apposero molte iscrizioni mortuarie sulla tomba, ai piedi della sua statua e sotto i suoi ritratti. Il celebre letterato milanese Don Valeriano Castiglione, monaco cassinese scrisse:

D. O. M.

Clausus diu jacui
Diutius hic claudendus jaceo
Resurrectionem expectans
Cella stetit mihi pro Coelo
Coelestia cum meditabar
Stetit et pro sepulchro
Mortis cogitatio dum me tenebat
Sepulchrum nunc verius me habet
Eremi erectorem eremitarum rectorem
Sub lapide ne sim ignotus
Lapis hic me fecit notum
Alexander sum a Ceva
Silentiosus vixi; viator tace


(A Dio Ottimo Massimo. Vissuto qui molti anni chiuso, chiuso vi giacerò per tempo più lungo aspettandovi la risurrezione. La cella era il mio cielo mentre meditava le cose celesti, essa fu il mio sepolcro mentre meditava la morte. Or mi contiene un sepolcro più vero. Perchè sotto la pietra non giaccia sconosciuto, la stessa pietra mi nomina fondatore dell’Eremo, e direttore degli Eremiti. Fui Alessandro di Ceva. Vissi taciturno; tu passeggero taci)

Sotto la statua si leggeva: Ven. P. Alexander ex marchionibus Cevae eremita Camaldulensis fundator, et maioris eremi Taurinensis a serenissimo Carolo Emmanuele Sabaudiae duce erectae et dotatae, ex apostolico indulto deputatus. Obdormivit in Domino pridie nonas octobris an. 1612, aetatis suae 74, professionis vero vitae eremiticae 42.

Sotto al suo ritratto: Pedemontanae Camaldulensium eremitarum congregationis institutor, severioris monasticae disciplinae cultor eximius et propagator, ob recusatos episcopatus duos, et archiepiscopatum Tarantensem singularis modestiae laude clarissimus.

Data l’incuria in cui versava l’eremo, le sue spoglie furono traslate nella chiesa parrocchiale di Pecetto.