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Monumenti ed Architetture a Ceva


Associazione Ceva nella Storia - Duomo

Duomo     Torna all'indice


L’avvio della costruzione del maggior edificio di culto della città, il Duomo, ci rimanda ai primi anni del Seicento, quando lo stato di accentuato degrado dell’antica parrocchiale di Santa Maria del Castello (Sancta Maria de Castro), che per oltre quattro secoli era stata attiva sull’altura di fianco al castello, impose una nuova grande chiesa, in un luogo meglio accessibile ed in conformità con le esigenze dei fedeli. Nel 1905, infatti, venne celebrato il terzo centenario della posa della prima pietra.
Il Duomo sorse imponente com’era negli auspici, pur in tempi in cui miseria, epidemie, guerriglie, mancanza di persone magnanime e carenza di mezzi a disposizione erano un fenomeno particolarmente diffuso. Unica parrocchia del capoluogo, intitolata a Maria Vergine Assunta (le altre quattro sul territorio comunale sono nelle frazioni di Malpotremo, Mollere, Poggi San Siro e Poggi Santo Spirito), a partire dal XIII secolo fu insediamento di un Collegio di Canonici (Collegiata) fino alla soppressione in seguito alla legge Rattazzi del 1855.

L’idea della costruzione di una nuova parrocchiale emerse fin dal 1585, in occasione della visita pastorale di monsignor Angelo Peruzzi († 1600), vescovo di Sarsina, che nella sua relazione aveva sottolineato le precarie condizioni di quella esistente. Le prime iniziative si scontrarono subito con una serie di intoppi, tra i quali il più tremendo fu quello della peste che flagellò il Piemonte sul finire del XVI secolo e nei primi anni di quello seguente. Ciononostante i lavori ebbero inizio. Si ignora il nome dell’autore del progetto originario, che prevedeva una struttura delle dimensioni attuali. Non fu necessario erigere una chiesa della capienza prevista proprio a causa del rapido diffondersi del contagio, che provocò un gran numero di vittime ed anche economicamente la comunità non fu in grado di sostenere la spesa. Per questa ragione l’edificio venne terminato limitandolo in lunghezza. Probabilmente fu l’arciprete Vincenzo Paolini, che resse le sorti della parrocchia dal 1623 al 1633, il primo ad aver avuto l’onore di officiare nella nuova chiesa. Verso il 1760, però, si venne nella determinazione di studiare un ampliamento, in quanto la chiesa non era più sufficiente a contenere tutti i fedeli che, nel corso della prima metà del XVIII secolo, erano nuovamente aumentati di numero in maniera sensibile. Si affidò lo studio al sacerdote ingegnere Giuseppe Trona di Mondovì, che progettò l’allungamento della struttura con l’aggiunta di due cappelle, una per parte, alle sei già esistenti ed il rifacimento della facciata. Le opere vennero appaltate al capo mastro da muro Andrea Scala per la somma di oltre 12.500 lire. I lavori furono completati celermente e ne diede atto il sindaco di Ceva Gio Batta Bottalla, con una relazione conclusiva datata 21 gennaio 1763. In un passo di questa egli ricordò, in modo molto significativo, le vicende che, oltre un secolo prima, avevano caratterizzato le iniziali fasi edificatorie della chiesa: «… sapersi per tradizione e anche per risultante dagli antichi ordinati, siccome essendo pendente l’attuale costruzione di detta chiesa scemato notabilmente il numero degli abitanti per la strage fattane dal morbo contagioso, non si stimò per allora di quella ultimare nella sua longhezza portata dal disegno, bensì d’abbreviarla come fu abbreviata in vista ché né più né meno rendevasi in tale forma capace del pocco popolo sovravissuto al contaggio, e veniva il publico limito dalla maggiore spesa che sarebbe stata necessaria per l’ultimazione della fabrica, e che assai gravosa, e forse impossibile riusciva, per la qualità di que tempi al publico da ché ne derivò una si patente sproporzione e deformità di fabrica ché lasciò luogo in tutto il tempo l’attenzione a desiderarne, e procurarne l’emendazione…»
Il Duomo poteva così rispondere per capienza e grandiosità al suo ruolo di unica parrocchiale del centro storico della città.

Durante alcuni lavori di riparazione della pavimentazione interna, eseguiti nell’estate del 1966, venne scoperto un muro che attraversava la chiesa in senso trasversale, in corrispondenza dei primi due pilastri verso l’ingresso. Data la sua massiccia consistenza si ritenne fosse il residuo delle fondamenta della vecchia facciata. Diciotto anni dopo, lo storico cebano Aldo Martini (1910-1985) nel corso delle sue ricerche per la redazione di un testo sulla storia del Duomo, rinvenne un atto di acquisto di una piccola porzione di terreno sita nella parte nord del piazzale antistante la prima chiesa, steso nel 1761 in occasione dei lavori di prolungamento della stessa. Da quel rogito emerse un’annotazione storico-urbanistica interessante e cioè che quel muro, utilizzato come basamento della primitiva facciata, era un avanzo dell’antica muraglia di cinta della Città e con l’ampliamento dell’edificio venne mantenuto sotto il livello della pavimentazione della navata.

La facciata attuale presenta le peculiarità del periodo tardo barocco e sul portale centrale campeggia lo stemma del Comune con la corona marchionale. Nel corpo centrale si evidenziano due ordini di nicchie con le statue in stucco raffiguranti i quattro evangelisti: in alto Matteo a sinistra e Giovanni a destra; in basso Marco a sinistra e Luca a destra.
La parte sommitale è arricchita da fiaccole in arenaria.

Il campanile, che per quasi due secoli rimase privo dell’ultima sezione e del cupolino di copertura, vide il suo definitivo compimento solamente nel 1821, su disegno di Michele Fracchia, che riprese i criteri stilistici adottati per la facciata. In esso sono sistemate quattro campane di diversa grandezza. La maggiore, fusa dalla ditta Bertoldo di Bagnasco, fu benedetta dal vescovo di Mondovì, monsignor Francesco Gaetano Buglioni di Monale (1767-1842), nel 1830. Le due intermedie, rifuse dal fonditore cebano Dellazappa nel 1840 e nel 1869, secondo un documento del 1699 pare provenissero dalla parrocchiale di Santa Maria del Castello, mentre la più piccola era quella che suonava sul campanile della vecchia confraternita di Santa Maria, sita a metà del Cinquecento nei pressi del convento di San Francesco, lungo il torrente Cevetta. Alla base del campanile è murata un’antica pietra in arenaria con scolpite, in stile gotico trecentesco, le figure della Vergine Incoronata, con ai lati lo stemma del Marchesato di Ceva e un personaggio in atteggiamento orante.
La collocazione di questa lastra in uno dei muri che per primi furono costruiti agli inizi del Seicento, con il materiale di recupero proveniente dall’abbattimento della vecchia parrocchiale del castello, fa credere che fosse stata un tempo elemento decorativo di quest’ultima.

L’ampia scalinata di accesso, in marmo chiaro di Garessio, fu portata a compimento nel 1842, su progetto dell’ingegnere del Genio Civile Luigi Mazzolino, che aveva ricevuto l’incarico dall’amministrazione comunale presieduta dall’illustre drammaturgo Carlo Marenco (1800-1846). I lavori furono realizzati dall’impresa di Giuseppe Orsatti, con il materiale predisposto dal marmista Giobatta Casabella di Garessio.

L’interno della chiesa ha un disegno di ispirazione rinascimentale, anche se è possibile notare non poche deviazioni frutto dell’esperienza barocca. Lo spazio consta di un’unica ampia navata, voltata a botte e scandita da un ordine corinzio costituito da una sequenza di paraste binate che accennano ad una travata ritmica e inquadrano quattro archi a tutto sesto per lato, all’interno dei quali si aprono le cappelle laterali. Anche queste sono sovrastate da volte a botte e poste in modo perpendicolare rispetto a quella della navata centrale. Il ritmo delle paraste prosegue nella scansione della volta a botte che viene perciò suddivisa in quattro ampie porzioni affrescate. Impostate sopra la trabeazione, all’interno della volta, si aprono otto ampie finestre, quattro per lato.

Le cappelle laterali sono comunicanti tra di loro il che ha erroneamente portato a pensare in passato che si trattasse di due navate laterali. Lo spazio si contrae in corrispondenza dell’arco trionfale dando accesso al presbiterio, il quale si completa a sua volta in un’armonica conca absidale, dove ha sede il coro, costruita solo nel 1789 su progetto dell’ingegnere Giuseppe Davico di Ceva. Il pavimento, posato nel 1858 a spese del Comune, è in piastrelle di marmo bianco e nero disposte a scacchiera, fornite dal marmista garessino Francesco Casabella.
L’insieme pittorico della volta fu realizzato nel 1864 dal celebre artista Andrea Vinaj (1824-1893), nativo di Pianvignale di Frabosa Sottana, allievo dell’Accademia Albertina di Torino e dell’Accademia di San Luca di Roma, coadiuvato dal decoratore Lazzaro Salietti e dallo stuccatore svizzero Zaverio Adami. Egli dipinse, con toni neoclassici, le cinque grandiose sceneggiature a fresco, rappresentando i principali momenti di vita della Madonna: la Nascita, l’Annunciazione, la Sacra Famiglia, che per concepimento e vivezza delle tinte è il più apprezzato dagli esperti, la Dormizione e l’Assunzione. Ad organico completamento del complesso pittorico egli ritrasse, nelle lunette sovrastanti le finestre laterali, i profeti Melchisedec, Daniele, Isaia ed Osea e le sibille Cumana, Tiburtina, Delfica e Persica e nell’alto del presbiterio e dell’abside i profeti Balaam, Geremia, Davide ed Ezechiele. Fece anche i due quadri collocati a lato del presbiterio (360x260 cm), che rappresentano due scene tratte dal vecchio e dal nuovo testamento: a destra il Sacrificio di Isacco e a sinistra la Cena di Emmaus.
Al centro dell’arco di trionfo, introduttivo al presbiterio, due angeli in stucco sorreggono una decorazione in cui compare una scritta in latino che tradotta recita: A Dio ottimo massimo, alla Vergine Maria in cielo Assunta, questo tempio i cittadini consacrano.
Da questa decorazione si dipartono due nastri con impresse le seguenti diciture: Fac. An. 1630 (costruito nell’anno 1630), Instat. An. 1864 (restaurato nell’anno 1864), a sottolineare due momenti fondamentali dell’intera vicenda edificatoria del Duomo, ossia il compimento dei primi lavori e la decorazione dell’interno.

Sotto il pavimento del presbiterio vi è una cripta, ora murata, in cui trovarono sepoltura i canonici della Collegiata ed altri notabili cevesi, tra cui don Vitichindo di Savoia (†1674), figlio del duca Carlo Emanuele I (1562-1630), fino all’inibizione del vescovo di Alba sul finire del Settecento. Nel mezzo, a separare il retrostante ambiente dell’abside, si eleva l’altare maggiore in marmi policromi finemente lavorati, opera dei fratelli Aglio, marmisti della Valle Gesso, munifica oblazione dell’abate cebano Alessandro Rovelli (1738-1811). Questi fu anche il principale finanziatore dei lavori per l’edificazione dell’abside e donò la magnifica ancona rappresentante la Sacra Famiglia, pregevole dipinto del pittore Sebastiano Conca (1680-1764) detto il Cavaliere, originario di Gaeta, che fu attivo presso la corte sabauda nel XVIII secolo. La stessa e gli affreschi della volta vennero restaurati alla fine degli anni Novanta del secolo scorso. L’altare, che sostituiva quello primitivo ligneo, malridotto ed antiestetico, fu consacrato unitamente a quello della cappella del Santissimo Rosario dal monregalese monsignor Pio Vitale, vescovo di Alba, nel 1804. Sotto le sacre pietre furono collocate alcune reliquie dei santi Grato, Vitale e Teobaldo. Di particolare pregio sono: la porta in rame dorato del tabernacolo ed i quattro putti in marmo bianco. Sulla parete di sinistra del presbiterio è incastonato un vecchio tabernacolo in pietra finemente scolpito, i cui fregi rimandano ad un’espressione stilistica tardo gotica. La base dell’arcuata parete di fondo è occupata da tredici stalli canonicali, mirabile opera lignea secentesca in cui risaltano tre pannelli scolpiti, sul centrale dei quali è rappresentato sant’Agostino d’Ippona. Prima della sua collocazione nel Duomo l’intero manufatto era il coro della chiesa dei frati Agostiniani, che nella seconda metà del XV secolo avevano fondato il loro cenobio su una collina a sud della città, dove rimase fino alla soppressione napoleonica del 1798. Sopra gli stalli vi è la pala d’altare del Conca, con ai lati, dipinti a chiaroscuro i quattro evangelisti: a sinistra Luca e Giovanni, a destra Matteo e Marco.

A scenografico completamento dell’abside, nella parte più alta di esso, in un ampio rosone cieco ricavato nella parete, è sistemato un vistoso gruppo scultoreo in gesso in stile barocco del monregalese Toscanelli e rappresentante la Vergine Assunta titolare della parrocchia, con ai lati san Bernardino da Siena e san Tommaso da Villanova in atteggiamento orante. Queste statue, in occasione dell’esecuzione dei dipinti della volta, avrebbero dovuto essere rimosse e sostituite da un affresco in sintonia con le decorazioni circostanti. L’indecisione dei componenti del comitato, costituito per l’esecuzione ed il finanziamento delle opere pittoriche, causò l’accantonamento del progetto.

Ai lati della balaustra che separa il presbiterio dalla navata centrale, nel secolo scorso, vennero collocate due statue di cartone romano del Sacro Cuore di Gesù e del Sacro Cuore di Maria. La balaustra è costituita da una struttura in marmo con le colonnine in onice scolpito, provenienti da qualche altra chiesa preesistente al Duomo, in quanto di fattura antecedente alla sua costruzione.

Le cappelle che si affacciano sulla navata centrale sono otto, equamente distribuite sui due lati e come accennato sono comunicanti tra loro. Le sei più antiche, ossia le prime tre per parte partendo dal presbiterio, hanno una cripta scavata nel sottosuolo, inizialmente usata come sepolcreto della famiglia o dell’istituzione che avevano ottenuto la concessione di tumulazione delle salme dei familiari o degli iscritti grazie all’offerta fatta per l’edificazione del tempio.

Partendo dall’ingresso a sinistra, si trova quella in cui è collocato il Battistero, aggiunta nel 1760 come la cappella di fronte. Il Sacro Fonte è delimitato da una cancellata in ferro battuto. Le strutture murarie erano ornate da pregevoli stucchi, realizzati nel 1825 da artisti svizzeri, ma la persistente umidità del sito li ha nel tempo danneggiati.
La seconda cappella è dedicata alla Vergine Immacolata, che una volta era di proprietà dell’Arciconfraternita di Santa Maria e Santa Caterina e denominata cappella del Crocefisso per una statua in legno del Cristo in croce, con la caratteristica della braccia reclinabili lungo il corpo, applicata alla parete dai confratelli che l’avevano acquistata nel 1734 e che era attribuita allo scultore ticinese Carlo Giuseppe Plura (1663-1737). In seguito la cappella fu venduta alla nobile famiglia dei Bonino, che nel 1805 la cedette alla Collegiata. Attualmente nell’ancona sovrastante l’altare barocco in marmo è ospitata una statua in legno dorato della Madonna Immacolata, manufatto della prima metà dell’Ottocento.
La terza cappella è detta del Suffragio e apparteneva all’omonima Compagnia e prima ancora alla famiglia Bugnardi. L’altare è in marmo in stile barocco e sopra di esso vi è un quadro raffigurante le Anime Purganti, attribuito al padre Filippo Ruffino da Murialdo, minore conventuale, morto a Ceva nel 1830. Nel sotterraneo di questa cappella fu trasferito il sepolcro dei canonici dal cavo sottostante il pavimento del presbiterio, come ancora evidenziato su una lastra al limite del pavimento della medesima.
L’ultima cappella è più ampia e profonda delle precedenti ed è intitolata alla Madonna del Rosario. Apparteneva alla famiglia cebana dei Bocca, il cui ultimo discendente don Pio (1778-1846) fu canonico onorario della Collegiata, generoso benefattore del Duomo e di altre strutture pubbliche della Città. La Vergine del Rosario è rappresentata da una statua in legno dorato a cui fanno corona, sistemati in artistica cornice, quadretti di pregevole fattura rappresentanti i misteri del Santo Rosario. Purtroppo cinque di questi furono trafugati nel 1980 ed uno qualche anno più tardi. L’altare è in marmo ed il tabernacolo è utilizzato per la custodia del Santissimo Sacramento durante la Settimana Santa. Sulla parete di destra vi è un’edicola con la statua di sant’Antonio da Padova, mentre su quella di sinistra un quadro del 1901 raffigurante la Sacra Famiglia del pittore monregalese Aimo.

Dalla parte destra, vicino all’entrata, si trova l’Edicola dell’Assunta, un’alta ed ampia nicchia in cui è custodita la statua della Beata Vergine Assunta, patrona della Parrocchia, dono dell’abate Celestino Ceva di Lesegno (1760-1845), che per oltre cinquant’anni fu canonico penitenziere della Collegiata. Questa statua, che è la più imponente di tutte quelle presenti nel Duomo, fu scolpita in un unico ceppo dall’artista Antonio Roasio (1809-1886) di Bardineto nel 1839 ed un tempo veniva portata in processione per le vie della città il 15 di agosto.
La seconda cappella è dedicata al Transito di San Giuseppe ed apparteneva alla famiglia cevese dei Cassini. Nella sua cripta trovarono sepoltura gli aderenti alla Compagnia del Transito. Nella seconda metà dell’Ottocento fu anche concessa al pio sodalizio delle Figlie di Maria. L’altare è in marmo lavorato in stile barocco e sopra di esso vi è un grande quadro seicentesco raffigurante il transito del santo, racchiuso in una cornice molto elaborata in cui risaltano gli attrezzi del falegname.
Di seguito a questa si trova la cappella di Sant’Agostino, detta anche della Madonna del Carmine. Anche qui l’altare è in marmo ed in stile barocco. Questa cappella appartenne alla famiglia dei Barberis. Soprastante l’altare vi è un quadro proveniente dal dismesso convento di Sant’Agostino che raffigura la Madonna della Cintura, venerata dall’ordine degli Agostiniani, sant’Agostino e santa Monica, sua madre. Questa tela fu collocata al posto di un’altra che raffigurava la Madonna del Carmine, antica titolare della cappella.
L’ultima cappella, come quella dal lato opposto, è più larga e profonda delle precedenti. Un tempo era dedicata ai santi canonizzati da papa Gregorio XV (1554-1623): Filippo Neri, Francesco Saverio, Ignazio di Loyola, Isidoro l’Agricoltore, Teresa d’Avila. In seguito fu patronato della famiglia Derossi, fondatrice dell’Ospizio di carità e poi intitolata alla Madonna Immacolata. Dal 1924 divenne oggetto della maggiore devozione e frequentazione poiché vi fu collocato il simulacro più caro ai cebani: la statua della Madonna Addolorata. In questa cappella è inoltre sistemata una lapide a ricordo dei parrocchiani caduti nella Prima Guerra Mondiale e la vetrata della finestra ha inciso un ringraziamento alla Madonna per la fine della guerra 1940-45. Vi sono esposti, inoltre, una statua policroma in legno di santa Lucia, di fattura tardo-gotica, risalente al Quattrocento ed una scultura lignea del Cristo in croce, rinvenuta nel 1969 durante i lavori di manutenzione del sottotetto del Duomo. Alcune caratteristiche di quest’opera rimanderebbero a quella settecentesca, considerata del Plura, un tempo collocata nella cappella dell’arciconfraternita di Santa Maria e Santa Caterina, di cui non si ebbe più notizia da quando questa cambiò titolo. Secondo il professor Fulvio Cervini, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni storico-artistici dell’Università di Firenze, è invece attribuibile ad uno scultore ligure-piemontese delle prime decadi del Quattrocento.

Accanto a quest’ultima cappella vi è la porta che dà accesso al campanile, sopra di essa è affisso il primo dei quattordici quadri rappresentanti le stazioni della Via Crucis, altri dodici sono appesi a coppie nei passaggi laterali tra le cappelle e l’ultimo sopra la porta che conduce alla sacrestia. Il ciclo dei dipinti è da ritenersi lavoro di un pittore del Settecento.

Il pulpito e l’organo completano l’ambiente. Entrambi ripetono stilisticamente i tratti salienti del barocco, intonandosi agli spunti estetici di tutto l’insieme. Il primo fu costruito e posato nel 1928 dalla ditta Vacca Luigi di Torino, su progetto dell’ingegnere Emilio Bruno di Murazzano. La sua struttura include l’ossatura di un altro rozzo pulpito proveniente dalla vecchia parrocchiale di Santa Maria del Castello dal quale, per tradizione popolare, si crede abbia predicato San Bernardino da Siena (1380-1444) durante una sua permanenza a Ceva sul finire della seconda decade del Quattrocento. Infatti sul fronte del pergamo compare in artistico rilievo il monogramma del santo, mentre quello della Madonna è riprodotto sulle due parti laterali.
L’organo è opera della ditta Vittino di Centallo. Inizialmente vi era quello settecentesco di Giacomo Filippo Landesio, che venne smantellato nel 1760 in occasione dei lavori di ampliamento del Duomo, rimontato e nel 1840 regalato alla parrocchia di Monesiglio. Si commissionò a Carlo Vittino un nuovo organo che nel 1888 venne completamente rifatto dal figlio Francesco. Le opere lignee del suo rivestimento e della tribuna vennero realizzate dal falegname cebano Giovanni Battista Quaglia nel 1890.

La sacrestia consta di due grandi locali, in armonia con le strutture generali della chiesa e con gli arredi in legno di noce, di cui i più pregevoli furono posti in opera all’inizio dell’Ottocento dall’artigiano cebano Evaristo Piola.

Culto dei cebani per Maria Vergine Addolorata

«I figli tuoi qui vengono a Te giurando amore e al tuo Figliuol che muore sul tuo materno cuor gli affanni Ti raccontano le gioie ed i dolor», così recita una delle strofe della lode composta nel 1924 da monsignor Lorenzo Moncallero (1907-1983), in occasione della solenne incoronazione dell’Addolorata Regina di Ceva.
Il simulacro dell’Addolorata è quello da sempre più caro e venerato dalla gente di Ceva. La statua è ricavata da un unico ceppo, rifinito nella parte anteriore e lasciato cavo e grezzo in quella posteriore e rappresenta la Vergine mentre accoglie sulle ginocchia il corpo esanime del Divin Figlio deposto dalla Croce. Qualcuno in passato ne aveva ipotizzato, impropriamente, la provenienza dall’Oriente ai tempi delle Crociate o più tardi durante le invasioni ottomane; esperti in campo storico-artistico l’hanno invece indicata come opera tardogotica di impronta nordica filtrata da modelli liguri, databile verso gli anni Settanta del Quattrocento. Una ventina di anni fa è stata oggetto di un importante intervento di restauro da parte del laboratorio Nicola di Aramengo.

Il culto dei fedeli cebani per la Regina dei Dolori ha origini remote, quando, verso la fine del XV secolo, la scultura era custodita nel santuario della Madonna della Guardia, sulla Rocca che sovrasta la città. Nel momento in cui la chiesa venne sconsacrata ed inglobata nelle strutture del Forte, edificato intorno al 1553, la statua fu collocata nella cappella scavata nel tufo. Qui rimase fino al 29 aprile 1796, allorché il Governatore del Forte, il conte Francesco Bruno di Tornaforte, dovendo consegnare la fortezza ai francesi, in seguito all’armistizio di Cherasco, ne curò il trasferimento in Duomo per preservarla da eventuali tentativi di profanazione da parte delle soldatesche d’oltralpe. Il17 settembre 1847, il conte Vincenzo Tornaforte, figlio ed aiutante di campo del Governatore e devoto a Maria Vergine Addolorata, memore di quanto successe nel 1796, venne a Ceva a rivedere e a venerare il santo simulacro. In questa occasione fece scolpire un’ iscrizione su lastra di marmo in ricordo della traslazione che venne collocata a lato della cancellata della cappella del Duomo.
Sia nei secoli in cui rimase nel silenzio della grotta che dopo, quando trovò ospitalità nel più grande tempio della Città, l’Addolorata vide migliaia di anime pie recarsi pellegrinanti al suo cospetto, da cui raccolse preghiere di fede, di supplica, di ringraziamento. A lei fiducioso il popolo volse sempre lo sguardo nelle personali occorrenze, nelle tristi e liete vicende della famiglia, della Città, della Patria, per scampare ai pericoli delle guerre, delle malattie, degli eventi calamitosi. Ancor oggi è la più consueta meta per chi invoca l’antica pietà o vuol rendere riconoscenza. La tradizione orale ha tramandato il racconto di una circostanza che forse ebbe del miracoloso. Il giorno dopo che fu portata nel Duomo alcuni soldati stavano pregando nella cappella del Forte guardando la nicchia rimasta vuota, tosto questa si irradiò di luce divina mostrando loro l’effigie di Maria Vergine che sembrava rassicurarli sull’esito dell’assedio. Forse fu solo autosuggestione o l’esito di una devota leggenda, ma tutto questo alimentò ulteriormente e consolidò nella popolazione l’affezionato fervore verso la Madonna. A sua perenne venerazione il 20 settembre 1796 venne istituita la Compagnia dell’Addolorata, poi soppressa dalle disposizioni del governo francese e ripristinata nel 1817. La prima priora fu la marchesa Gabriella Pallavicino. Il 21 settembre 1924, a seguito delle iniziative intraprese dall’arciprete don Giorgio Gallo e del decreto del Capitolo della Basilica Vaticana, alla presenza dei vescovi di Mondovì, Fossano ed Ozieri, la Madonna Addolorata fu solennemente incoronata Regina di Ceva. In quell’occasione la statua venne collocata nell'attuale cappella trasformata in piccolo santuario e vennero realizzate, dall’orefice Burzio di Torino, grazie al contributo dei fedeli, due corone: una tutta d’oro con pietre preziose e una semplice in metallo dorato, che è quella utilizzata oggi. Da quel 29 aprile 1796 il simulacro fece ritorno in processione al Forte in quattro occasioni: il 20 settembre 1925 (venticinquennale della costruzione della Grande Croce monumentale), il 15 settembre 1946 (in riconoscenza per la cessazione della II guerra mondiale), il 17 settembre 1950 (giubileo d’oro della Croce monumentale) ed il 31 agosto 1996, con ritorno in Duomo il giorno successivo, (duecentesimo anniversario della traslazione della statua nel Duomo, promosso e particolarmente sostenuto dall’allora arciprete don Alberto Pronzalino). Nella seconda domenica di settembre l’Addolorata viene trasportata a spalla per le vie della Città. Molti anni addietro la processione si teneva di giorno, dal dopoguerra di notte, aux flambeaux.

Interessante si presenta la decorazione simbolica scolpita alla base della statua. Recentemente il professor Aldo Intagliata, affermato latinista locale, ha suggerito un’ipotesi interpretativa che argomenta in maniera esaustiva la rilevanza paradigmatica che si può aver voluto dare al fregio. Secondo lo studioso cebano non si tratterebbe di un blasone gentilizio, come da alcuni supposto in passato, ma di un ornamento dalla forma artisticamente elaborata, volutamente concepito in aderenza ai tratti estetici di tutto l’insieme scultoreo, In esso si rivelano abbastanza chiaramente due lettere “Q” di diversa grandezza, una contenuta nell’altra ed intersecate nella parte superiore da una “croce di Lorena” (chiamata anche croce patriarcale, croce d’Angiò o croce a doppia traversa), mancante del braccio superiore sinistro (danneggiamento di lontana origine in quanto era già visibile su vecchie immagini). Le due “Q” sono state realizzate stilizzando il profilo di alcuni delfini. Nell’iconografia cristiana la figura del delfino simboleggia sia l’anima che raggiunge la salvezza attraverso il mare dell’esistenza sia il Cristo Salvatore. Inoltre già compariva in diversi miti della letteratura classica greca e latina come il mammifero marino soccorritore dei naufraghi o come raffigurazione ornamentale (nei cicli di Apollo e Dioniso, nella leggenda del maestro di cetra Arione di Metimna narrata da Erodoto nelle “Storie”, libro I, 23/24, nella “ Naturalis Historia” di Plinio il Vecchio, libro XXXIII, 147). Nelle epigrafi latine la “Q” e la “C” si commutavano tra loro sovente e nel nostro caso la “Q” potrebbe stare per Qomes = Comes = Compagna, ma anche Qomis = Comis = Benigna, Quris = Curis = (negli) Affanni, Inquietudini, Sollecitudini. Per estensione quindi potrebbero derivare locuzioni del tipo: Maria benigna negli affanni, Maria benevola consolatrice.
Ad avvalorare ulteriormente l’importanza della venerazione in Ceva di Maria Vergine Addolorata, nella chiesa dell’Arciconfraternita di Santa Maria e Santa Caterina vi è un altare a lei dedicato, dirimpetto a quello di San Clemente, sovrastato da una nicchia in cui era collocata la statua della Madre dei Dolori che un tempo si portava in processione la sera del Giovedì Santo. Un altro stralcio della lode sottolinea la costante protezione che la devozione dei fedeli continua ad auspicare dall’Addolorata:« ...Ed or su noi qui domini Regina dei dolori, serto di nostri cuori in sul tuo capo sta; o Madre sempre vigile Tu veglia la città... ».